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FABRIZIO LORIERI

L'intervistaPubblicato Martedì 28/01/2014

INTERVISTA  A FABRIZIO LORIERI, PREPARATORE DEI PORTIERI DEL SASSUOLO.

 E’ con noi il preparatore dei portieri del Sassuolo, Fabrizio Forieri, che molti ricorderanno, tra le altre, rivestire la maglia di Inter, Torino, Ascoli, Roma  e Lecce.
Ciao Fabrizio, e grazie per aver raccolto il nostro invito. Come è cambiato il calcio da quando giocavi?

 E’ cambiato su tante cose, il modo di giocare, i palloni... Però i giocatori no, anzi ti posso dire che in molti casi erano anche più forti di quelli di adesso. Anche allora noi portieri ne avevamo da fare…

 Ecco, torniamo all’annoso discorso della scuola italiana dei portieri, che differenze trovi nei vari decenni?

 Intanto ti dico che la cosiddetta scuola italiana dei portieri è ancora una delle migliori al mondo. Soltanto, nel tempo si è modificata. Quando ero ragazzo io – e parliamo degli anni ‘70/’75/’78 il modo di intendere i portieri proveniva ancora dai vari Sarti, Lido Vieri, Albertosi e naturalmente Zoff. Poi negli anni ‘80/’90 c’è stata una generazione di portieri più moderni, di grande affidabilità e anche stilisticamente molto validi. Parliamo di Zenga, Tacconi, Galli; ma, bada bene, anche i portieri che hanno fatto una carriera meno importante erano “signori portieri”. Tutti interpretavano  lo stesso modo di intendere il ruolo, sia pure ognuno con le proprie caratteristiche.

 Ecco, e negli ultimi anni?

 Diciamo che all’incirca dal 2000 in poi si è assistito all’invasione dei portieri stranieri. Molti di questi arrivavano con carenze anche notevoli a livello tecnico, ma bisogna dire  che con un certo tipo di lavoro, di cura e miglioramento dell’impostazione fatto qui in Italia, hanno compiuto progressi importanti. Basti pensare al Dida di alcune annate, a Julio Cesar, ad Handanovic e a tanti altri. In definitiva ritengo che ancora oggi noi non abbiamo nulla da invidiare ai portieri stranieri, che continuano a ‘prendere’ dalla nostra scuola, però è innegabile che abbiamo imparato qualcosa anche noi da loro.

 L’abitudine a giocare con i piedi?

 Non solo. Gli stranieri ci hanno portato qualcosa di una loro certa spensieratezza, naturalezza, un modo di vivere il ruolo forse meno frenetico, con maggiore equilibrio.

 Ottimo, veniamo ad alcuni temi su cui cerchiamo sempre di confrontarci. Come vedi il modo di allenare moderno, molto in attacco alla palla, che ritroviamo anche in molti video, libri e supporti per addetti ai lavori?

 Mah, guarda che anche quando giocavo io c’era molta attenzione a questo modo di intendere il ruolo. A tutti noi veniva inculcato il concetto della bisettrice, delle diagonali, del tuffo in avanti per guadagnare spazio. Con l’esperienza personale e con il tempo mi sono reso conto che questo modo di tuffarsi può andar bene in certi casi, ad esempio sulle uscite basse e in particolari tipi di situazioni ma assolutamente non in tutte. Anzi mi sono accorto che alla lunga non paga. Ad esempio attaccare la palla su tiri a giro o molto lontani dal corpo è deleterio, è più importante cercare la lateralità.

 Ecco, parliamo dei palloni lontani dal corpo: tu come intendi il volo? 

 Come ti dicevo ogni tipo di situazione ha la sua parata. Sono contrario ad una certa rigidità del gesto tecnico o del tuffo. Su palloni ‘estremi’ diventa importante il passo laterale e lo stacco. In volo il portiere si deve aprire, e non chiudere. In questo modo potrà avere un ruolo diverso anche la mano di richiamo, che non è sfruttata come si potrebbe.

 Tu cerchi di modificare i tuoi portieri dal punto di vista tecnico?

 E’ evidente che con i portieri della prima squadra diventa più difficile modificare l’impostazione che hanno acquisito negli anni; però, quando ritengo sia utile o necessario, mi confronto con il portiere e gli propongo l’alternativa, ma devo fare in modo che egli sia pienamente concorde sull’utilità di ciò che gli propongo. Sbaglierei se imponessi cose di cui il portiere non è convinto. Sui ragazzini è diverso. Io non li alleno ma per loro l’impronta del preparatore dei portieri è assolutamente fondamentale perché hanno il tempo di acquisire il gesto, mentre in serie A quando ogni domenica il portiere è sotto gli occhi di tutti diventa molto più delicato intervenire sull’impostazione.      

 Però in molti portieri si vede un’evoluzione nello stile e nel modo di parare.

 Certo, l’evoluzione dei portieri stranieri ne è un esempio, ma non il solo. Ad esempio Pegolo io l’ho allenato in tempi diversi, alcuni anni fa e lo alleno adesso nel Sassuolo. E devo dire che in questi anni ha modificato il suo modo di parare acquisendo delle certezze durante il lavoro a Siena. E Pegolo oggi è migliorato rispetto allora.

 Ecco, raccontaci un po’ come si possono gestire in allenamento portieri anche molto diversi tra loro.

 Ogni portiere ha le sue caratteristiche, di cui bisogna tener conto nel momento in cui lo si allena. Anche perché i portieri ad un certo livello sono molto attenti a quello che fanno. Ai tempi in cui ero con lui all’Inter, Zenga era uno che curava molto i gesti, ci lavorava su cercando sempre il modo migliore per effettuarli. Anche per me era fondamentale la tecnica e la cura della gestualità, anche se mi piaceva essere spettacolare; un altro portiere molto meticoloso nel suo lavoro è Pegolo. E’ importante allenare i portieri sul ‘situazionale’, per ricreare le situazioni che poi si ritroverà in partita, ma non si può prescindere dal lavorare individualmente sulle singole carenze di ognuno. Ad esempio Benassi (a Lecce n.d.r.) era un portiere con un‘ottima scelta di tempo, nei tuffi, sulle uscite basse e anche alte; era estremamente agile ed esplosivo, e partendo quasi da fermo riusciva a staccare e volare molto bene, però aveva qualche carenza nella “copertura della porta”. Per il portiere la gestione della “posizione”  diventa fondamentale, magari in serie B e C si nota meno, ma non in serie A dove i giocatori vedono subito lo spiraglio e riescono a metterla dove vogliono. A Lecce abbiamo quindi lavorato molto sulla posizione giusta di partenza nelle varie situazioni, sul lateralizzare la parata, e devo dire che Benassi ha fatto veramente un ottimo lavoro, e infatti i risultati si sono visti.

C’è da dire che il tempo per lavorare non è molto se giochi ogni domenica. Paradossalmente chi è in panchina può lavorare più serenamente e anche se gli càpita qualche passaggio a vuoto perché sta cercando di modificare un gesto, ha il tempo per rimettersi in carreggiata; per chi gioca è più complicato.

 Corsa o passo laterale prima del tuffo?

 Se il portiere è ben piazzato ritengo preferibile il passo laterale, anche perché ti imposta il tuffo in un certo modo. La corsa va bene in recupero di posizione. Chi è abituato ad incrociare prima del tuffo effettuerà un altro tipo di tuffo, perché il corpo è posizionato diversamente. Su portieri finiti, come ti ho detto, che hanno ormai meccanizzato il gesto, è importante non essere troppo rigidi e cercare di fare fruttare al massimo il tipo di impostazione che hanno ormai memorizzato.

 Veniamo ad un altro argomento: il posizionamento degli uomini su calcio d’angolo. Oggi ogni portiere posiziona i difensori in modo diverso. Tu come ritieni vadano gestiti i calci d’angolo?

 Be', il calcio è in continua evoluzione e anche il posizionamento degli uomini segue questi cambiamenti. Una volta era più semplice perché si posizionava l’uomo sul palo, l’uomo sulla palla tesa e gli altri marcavano ognuno il proprio uomo. Oggi le situazioni sono molto diverse: le squadre possono marcare a zona, a zona mista ecc., così come gli avversari adottano diversi schemi, dallo scambio corto al passaggio al limite dell’area per il tiro al volo e così via.

E’ giusto che queste situazioni vengano preparate insieme all’allenatore tenendo conto del modo in cui quest’ultimo vuole si posizionino i difensori. Poi bisogna essere molto elastici, perché si può modificare il posizionamento dei difensori anche più volte durante una partita, e il portiere deve adeguarsi di conseguenza. E’ poi chiaro che sui cross ‘a uscire’ ci può essere una certa libertà, mentre su quelli ‘a rientrare’ è giusto che il portiere voglia sentirsi più sicuro e chiedere una copertura maggiore nella zona del primo palo. E’ quindi comunque fondamentale il confronto con l’allenatore.

 Un’ultima domanda e poi ti lasciamo: una volta si insisteva che i portieri dovessero urlare, guidare la difesa e farsi sentire. Oggi, osservando le partite di serie A si ha l’impressione che i portieri parlino molto meno.

 E’ così, e anche questo dipende dal fatto che il calcio è cambiato. Una volta, quando si marcava a uomo, il compito del portiere era anche quello di tenere svegli i giocatori, avvertirli se perdevano l’uomo e così via. Oggi, con gli schemi difensivi accuratamente studiati e il modulo a zona nelle sue varie sfaccettature, la maggior parte della gestione della difesa è deputata ad altri. Basti pensare al fuorigioco, che è gestito dai giocatori della linea difensiva. Il portiere oggi deve farsi sentire nelle situazioni di sua competenza, come ad esempio chiamare il pallone e gestire le situazione sui lanci verticali, in profondità, ma molto meno nella gestione complessiva della difesa. Anzi oggi è il portiere che deve muoversi di conseguenza a quello che fanno i propri compagni. Infine teniamo presente che a volte il parlare è anche un modo per ‘caricarsi’ o per tenersi sveglio, e allora va benissimo così.  

 Bene, ringraziamo ancora Fabrizio Lorieri per la sua chiarezza nell’esprimere alcuni concetti che forse spesso non vengono adeguatamente approfonditi, e siamo certi che anche questa chiacchierata abbia fornito ulteriori spunti di riflessione per gli addetti ai lavori nel loro difficile lavoro con i giovani portieri. Arrivederci a presto. 

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